Prima del mare
Il capannone odorava di salsedine e legno marcio.
Avevo letto l’insegna più volte prima di entrare: Noleggio imbarcazioni.
Grosse travi di ferro arrugginito sorreggevano il tetto, da cui filtrava la luce a lame sottili, cadendo sulle barche ferme e coperte da teli umidi. Il rumore dell’acqua che entrava dalle fessure delle pareti accompagnava i miei passi incerti, con le scarpe che sguazzavano nelle pozzanghere sparse sul pavimento.
Era un luogo che sembrava vivere di abitudini, fermo, immobile, come se anche l’aria avesse rinunciato a muoversi davvero.
Tutto lì dentro dava l’impressione di essere trattenuto, legato a qualcosa che non aveva più il coraggio di lasciare andare.
Mi fermai davanti all’uomo che gestiva il noleggio: un cinquantenne dal volto segnato, la voce ruvida e lo sguardo stanco di chi aveva passato la vita a guardare il mare senza mai partire.
Era lui a decidere chi poteva uscire da lì e chi no.
«Vorrei noleggiare una barca» dissi, rompendo il silenzio.
Lui sollevò appena lo sguardo, come se quel gesto gli costasse fatica.
Gli occhi si strinsero, non per rabbia, ma per abitudine.
Per quella forma di prudenza che, col tempo, diventa una catena
«Perché vuoi partire?» chiese.
«Il mare non regala niente. È già stato visto, attraversato, sfruttato. Non c’è più nulla da trovare.»
Le sue parole si sparsero nel capannone come polvere vecchia.
Io rimasi fermo, sentendo il peso di quello sguardo addosso.
«Non cerco qualcosa fuori» risposi.
«Cerco qualcosa che ho smesso di ascoltare.»
Incrociò le braccia.
«E credi che l’acqua possa dartelo? Senza sapere nemmeno dove andare?»
«Sì. Perché restare fermo mi ha tolto più di quanto possa togliermi il mare.»
Si guardò intorno lentamente, indicando il vuoto.
«E con chi vorresti farlo?»
«Con chi avrà il coraggio di ammettere di sentirsi incompleto.»
Scosse la testa.
«Partire così è pericoloso.»
«Anche restare lo è» dissi,
«solo che ci siamo abituati.
Ma oltre ciò che rassicura, spesso, inizia ciò che siamo.»
Fece un passo indietro, poi un altro.
«E la barca?» chiese.
«Se succede qualcosa, chi paga?»
«Non ci perderemo» risposi.
«E cosa cercherete?»
«Un tesoro.»
Sorrise appena.
«Dentro di te, immagino.»
«Dentro di me.
E forse anche dentro di lei.»
Questa volta non sorrise.
Il suo sguardo si fece più profondo, come se qualcosa si fosse incrinato.
«Ragazzo» disse dopo un lungo silenzio
«la vita non è fatta per essere messa continuamente alla prova.»
«Secondo me sì» risposi piano.
«È fatta per essere vissuta, non conservata.»
Mi fissò.
«E se sbagliassi tutto?»
«Allora almeno saprò che la strada l’ho scelta io.»
Serrò la mascella.
«C’è un’età in cui si smette di fare certe domande.»
Scossi la testa.
«Non è l’età che cambia. È il coraggio.»
Abbassai lo sguardo.
«Ho paura anch’io. Ma ho più paura di svegliarmi un giorno e scoprire che non ho mai deciso davvero.»
Restò in silenzio a lungo.
«E se la libertà fosse solo un’illusione?» chiese infine.
«Allora vale comunque la pena cercarla» risposi.
«Perché ciò che non si cerca, prima o poi, si perde.»
Mi voltai per andarmene.
Le scarpe affondavano nelle pozzanghere, l’eco dei passi riempiva il capannone.
Poi una voce mi fermò.
«ASPETTA!»
L’uomo correva verso di me, il respiro corto, come se stesse rincorrendo qualcosa che aveva lasciato indietro per troppo tempo.
«Me ne pentirò» disse
«ma parto con te. A una condizione: viene anche Pongo.»
Indicò un angolo del capannone.
Un labrador color miele giocava da solo, sereno, lanciando una pallina da tennis tutta masticata contro il muro e correndole incontro ogni volta per riprenderla.
Sorrisi.
«Pongo è il benvenuto.»
E così andando verso la nostra futura imbarcazione capii, capii che il viaggio non iniziava dal mare.
Iniziava da dentro.
Nel momento esatto in cui si sceglie di spezzare ciò che trattiene,
di andare oltre ciò che rassicura,
e di ascoltare ciò che, da sempre, vive silenzioso dentro di noi.